FASCISMI ETERNI
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Di Pietro come Matteotti nella voce dal sen (fascista) fuggita del Presidente della Camera Fini? Fatte le debite proporzioni, come è giusto (siamo ben lontani da quel tragico 1924), viene spontaneo un confronto tra le parole con cui il Presidente della Camera dell'epoca si rivolse a Giacomo Matteotti e il "lapsus" di Gianfranco Fini, ieri all'esordio della sua funzione di terza carica dello Stato. Un episodio da non ritenere marginale, secondo me. Con un brivido (troppo ardito il parallelo storico?), auguro al Presidente della Camera un ottimo lavoro, d'ora in poi.
*1924* "Presidente: "Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!" Matteotti: "Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati)". Presidente: "Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole Rossi...". Matteotti: "Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)". Casertano presidente della Giunta delle elezioni "Chiedo di parlare". Presidente: "Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C'è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta". Matteotti: "Onorevole Presidente!...". Presidente: "Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente". Matteotti: "Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!". Presidente_ "Parli, parli". [ dalla requisitoria di Giacomo Matteotti nel 1924 alla Camera dei Deputati - il testo completo: QUI ]
*2008* Il deputato Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori, richiama il presidente della Camera, Gianfranco Fini, al suo compito: "Spetta a lei consentirmi di parlare" , mentre il vociare della maggioranza gli impedisce di parlare. Il Presidente Fini risponde: "Lei conosce bene quest'aula ed è naturale che possano esserci delle interruzioni: dipende ...dipende ...dipende ... da ciò che si dice". Di Pietro a Fini: «Ha proprio ragione, presidente: dipende da quello che si dice. Qui non bisogna disturbare il manovratore...». Dai banchi dell'Idv: "Bravo! È l'unica opposizione".
*2008* Il deputato Casini, leader dell'Udc, prende la parola dopo Di Pietro e, fortunatamente per la democrazia, riprende il Presidente della Camera con queste parole: "In Parlamento non si può decidere di far parlare le persone solo in base a quello che dicono..."
LA CONVERSIONE

"E ad aiutare tutti noi, invochiamo l’aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna."
Invocazione a Dio e speranza nella fortuna nella conclusione di un discorso con cui Silvio Berlusconi ha chiesto la fiducia per il suo governo. "E' diventato buono", dicono molti; "non è mai stato cattivo", fanno notare molti altri; il solito Di Pietro, in buona compagnia, non abbassa la guardia. Analisi e commenti a bizzeffe un po' dovunque. Nell'attesa delle scelte concrete nei vari campi, mentre attendo i fatti, apro una linea di credito al buon Berlusconi rinato, incrociando le dita per il bene di tutti/e noi.
INFORMAZIONE
Un esempio di come si può fare informazione. Il primo brano è un comunicato stampa del Comune di Trieste (difficile capire chi sia il Granbassi che si onora con una mostra). Il secondo è un articolo con molti particolari, che spiegano più ampiamente vita e opere di Granbassi (era un fascista convinto e consapevole, caduto sul fronte spagnolo, sì, ma combattendo per Franco). Quale valutazione dare della doppia esposizione?E quale giudizio sulla proposta della giunta triestina?
(Tra parentesi esprimo la mia solidarietà al giornalista Marco Travaglio, invocando il rispetto dell'art. 21 della nostra Costituzione. Chiedo, anzi prego il Presidente del Senato di dare risposte chiare e consistenti a noi cittadini/e su quanto esposto da Travaglio , e, in virtù della sua carica, di difendere il medesimo dal linciaggio mediatico cui è sottoposto, a partire dall'irruenza ingiustificata del senatore Gasparri.)
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Trieste, 17/10/2007. GIOVEDI’ 18 OTTOBRE, ORE 11.30, SALA COMUNALE D’ARTE DI PIAZZA DELL’UNITA’ 4: CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA “QUANDO C’ERA MAESTRO REMO” – MARIO GRANBASSI, CENTENARIO DELLA NASCITA
Giovedì 18 ottobre, alle ore 11.30, presso la Sala Comunale d’Arte di piazza dell’Unità 4, l’assessore alla Cultura del Comune di Trieste Massimo Greco terrà la conferenza stampa di presentazione della mostra “Quando c’era Mastro Remo” – Mario Granbassi, centenario della nascita. L’esposizione è dedicata alla vita, all’opera e alla vicenda d’armi di Mario Granbassi, personalità di spicco del giornalismo e della radiofonia nella Trieste degli anni Trenta. La vita di Mario Granbassi fu costellata di successi: a ventiquattro anni era già capocronista a “Il Piccolo”, fu anche tra i primissimi radiocronisti agli inizi della radiofonia italiana e in particolare viene ricordato, quale idolo dei giovani, nel personaggio radiofonico di “Mastro Remo”. La sua scomparsa fu prematura: a trentadue anni non ancora compiuti, il 3 gennaio del 1939, Mario Granbassi cadde in combattimento sul fronte spagnolo. Fu insignito della medaglia d’Oro al valor militare.
La mostra sarà inaugurata venerdì 19 ottobre, alle ore 19.00, nella Sala Comunale d’Arte di piazza dell’Unità 4.
Rete Civica di Trieste. qui
UN'ALTRA VERSIONE
25 gennaio 2008. qui , ma anche in altri siti.
In questi giorni il Comune di Trieste sta per assegnare una via a Mario Granbassi.
Costui è molto noto negli ambienti giornalistici triestini in quanto, negli anni Trenta, fu collaboratore apprezzato del “Piccolo”, il quotidiano locale.
Il Granbassi aveva inoltre promosso una trasmissione per ragazzi già nel 1931.
La radio italiana era alle prime armi come mezzo di comunicazione di massa utile alla propaganda fascista e lui si inventò “Mastro Remo”, un programma molto seguito, a cui fece seguito l’edizione di un settimanale illustrato per ragazzi.
Tuttavia il riconoscimento ufficiale della Giunta triestina è dovuto probabilmente alla partecipazione alla guerra civile spagnola nell’ambito del Corpo Truppe Volontarie, cioè tra gli 80.000 militari mandati da Mussolini a combattere a fianco dei generali golpisti.
Da convinto volontario, come non molti altri in una massa di poveri diavoli, scrive nel suo diario: “La sento tanto profondamente come una guerra fascista, questa che sono venuto a combattere, sacrificando i miei affetti più cari e abbandonando il mio posto di lavoro!”.
Scrive ancora: “Gridare il nome del Duce, in faccia a questa trincea comunista, in questa notte di guerra, tanto lontano dalla Patria, è per me una soddisfazione che mi dà un’emozione profonda”.
E’ tanto convinto della giustezza della guerra fascista da evitare di perdere tempo con le corrispondenze al “Piccolo”. Cerca piuttosto di combattere in prima linea e vuole rischiare la “bella morte”. E l’incontra, nell’attacco alla Catalogna, il 3 gennaio 1939.
Nel 1941 gli viene conferita alla memoria una medaglia d’oro al valor militare e il podestà fascista gli dedica una via. Anche il suo diario stava per esser pubblicato, sia pure con qualche censura, ma resta in bozze per ovvi motivi. L’intestazione della via sarà cambiata nel 1945.
Ora la città di Trieste assiste, in verità abbastanza distratta e con una sinistra smemorata, alla rivincita di chi vuol onorare Mario Granbassi e la sua morte da combattente per il “Duce” e per il “Caudillo”.
Un paio di mesi fa, nella sede del Municipio in Piazza Unità, si è tenuta una mostra elogiativa ed è prevedibile che tra poco si pubblichi il diario lasciato in sospeso.
Le due iniziative possono essere intese come una documentazione storica, per quanto criticabile. Diverso, e molto più grave, sarebbe il ripristino del suo nome su una via.
L’intestazione di un luogo pubblico segnala infatti una personalità dalle qualità eccezionali, indicata a tutti quale modello positivo e proposta quale esempio da imitare alle nuove generazioni.
Tutto ciò all’insegna di valori storici e civili.
Gli ex giovani del MSI, ora parte dominante nella Giunta, gestiscono il potere amministrativo per ottenere un’ulteriore rivincita sull’antifascismo.
Qualche anno fa erano riusciti a consacrare una via al loro camerata Almerigo Grilz, un avventuriero caduto in Angola in circostanze non accertate.
Di recente hanno ottenuto la dedica della scalinata dell’Università a Jan Palach, da loro adottato come “martire anticomunista”.
Per non parlare della ossessiva esaltazione della foiba di Basovizza, nei pressi di Trieste, cavità carsica nella quale nazionalisti e neofascisti asseriscono che siano stati gettati, a centinaia, gli “italiani uccisi solo perché italiani”.
D’altra parte si sta avvicinando il fatidico 10 febbraio, la “Giornata del Ricordo”, nata da una decisione parlamentare presa con scarse opposizioni.
E’ la consacrazione di una memoria storica contenente una nuova versione del nazionalismo.
Nascosta sotto il velo del vittimismo, essa fa tutt’uno con il mito comodo e autoassolutorio dell’ “italiano brava gente”.
I responsabili dei massacri del nazifascismo sarebbero stati solo i tedeschi.
Nessuna menzione viene fatta delle guerre di aggressione condotte senza remore: dalla Libia all’Etiopia, dalla Grecia alla Jugoslavia.
Nella visione del Comune triestino, Granbassi sarebbe uno di questi “buoni italiani” che andò a combattere in Spagna per la civiltà cristiana e occidentale mantenendo sempre un cuore sensibile e un animo nobile.
Al contrario, gli italiani fascisti in Spagna, oltre a sostenere in modo determinante la vittoria di Francisco Franco, compirono dei veri crimini contro l’umanità.
Su di essi finora si è stesa una coltre di silenzio in nome della “carità di patria”.
Ad esempio, come risulta molto chiaramente dalla mostra “Quan plovien bombes” che toccherà varie città italiane, gli aviatori fascisti bombardarono ripetutamente la città quasi disarmata di Barcellona causando circa 3000 morti.
Fu lo stesso Mussolini a volere l’attacco più grave, quello del 16-18 marzo 1938, per provare, la prima volta in Europa, gli effetti terroristici degli attacchi aerei sulla resistenza della popolazione civile.
Stando al Diario di Galeazzo Ciano, di fronte alle proteste internazionali, egli dichiarò spavaldamente: “Meglio che ci temano come aviatori piuttosto che ci apprezzino come mandolinisti”.
A quando la proposta di dedicare una grande piazza al Duce di tutti i fanatici “eroi fascisti” come Granbassi?
Mi chiedo come mai, dopo decenni di antifascismo dichiarato, sia legale che militante, e diventato addirittura istituzionale(!), oggi non ci sia NESSUNO nella sinistra che protesti per la provocazione della via a Mario Granbassi.
Tutti presi da altre faccende meno idealistiche e molto più concrete e convenienti.
Illusi!
Chi non ha memoria, non ha futuro...
Claudio Venza
Attesa democratica

Bassa Marea
«Prima - ha confidato Berlusconi agli intimi - c’era un paese diviso a metà tra noi e il centrosinistra. Il dialogo non era solo necessario ma obbligato. Ora c’è un Paese diviso che quasi per due terzi è con noi e per un terzo con l’opposizione: la filosofia non può non cambiare. Il dialogo è importante, ma la priorità è decidere. E’ quello per cui la gente ci ha votato». ( La Stampa: qui )
Non ci resta che attendere. Le decisioni e le scelte di Berlusconi con la sua destra. E bisogna sperare che lavori bene con l'obiettivo prioritario di fare l'interesse di tutto il Paese.
C'è qualcosa di molto italiano e di sinistra nell'enfatizzazione simbolica del voto a Roma, dove il PD perde (con Rutelli) e vince (con Zingaretti), ma tutta l'attenzione si concentra sulla sconfitta che viene sproporzionatamente letta come la catastrofe definitiva. Nei fatti si tratta dell'elezione di un sindaco in un municipio, sia pure quello della capitale; nell'immaginario (che forse conta di più) si tratta della battaglia finale che corona l'ascesa della destra; nelle conseguenze effettive il potere della destra aumenta enormemente, in quanto il potere locale rifnorza quello nazionale. Tutto questo conviene a Berlusconi, ovviamente, ma è la sinistra ad aver fatto, in buona parte, questo gioco autolesionista rendendo fortemente simbolica l'elezione del sindaco di Roma e forse scegliendo male il suo candidato (senza offesa per Rutelli). Ma ce n'è per tutti: quanti elettori di sinistra hanno finito col preferire un sindaco fascista o postfascista a un sindaco democratico?
"Non ci resta che piangere" (a noi democratici), ma doverosamente ci tocca resistere e continuare il nostro lavoro per riappropriarci innazitutto dei nostri diritti costituzionali, a cominciare dalle libere elezioni e dall'informazione libera. Siamo impaludati, ahimè!
FESTA DELLA LIBERAZIONE
Il mio 25 aprile, e ai giovani dico che…

Aveva ventinove anni, Rita Levi Montalcini, una laurea in medicina e gia’ quasi dieci anni di ricerca sul sistema nervoso, presso la scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi a Torino, quando le leggi razziali emanate dal regime fascista la costrinsero, lei ebrea sefardita, a lasciare tutto, e ad emigrare lontano. Va in Belgio, a Bruxelles, e qui sempre con Giuseppe Levi mette su’ un piccolo laboratorio casalingo.
E’ il 1938.
Rita continua cosi’, nella diaspora piu’ tragica e simbolica della condizione umana nella storia contemporanea, quella ricerca scientifica che cinquantanni dopo, nel 1986, la portera’ al premio Nobel per la Medicina... ( Articolo 21 )
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Ora e sempre Resistenza
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Piero Calamandrei
Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. [ testo ANPI ]
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Manifesto unitario delle organizzazioni della Resistenza e dell'antifascistmo.
25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2008
Difendiamo i valori
di libertà e giustizia, solidarietà e pace
che hanno animato la lotta di liberazione
e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica
Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia.
Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.
Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia. Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL) ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo per la Difesa dell’Ordine Repubblicano VENERDI 25 aprile ORE 14,45 MILANO - PORTA VENEZIA
Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.
Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.
Ma a sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.
Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i "repubblichini", sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.
Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale.
Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.
Espansione Leghista
Ho cercato di capire la geografia della trionfante Lega Nord, affidandomi alla solita ricerca con Google. Ho digitato "Emilia leghista", perché questa era la cosa più stupefacente per me, la più difficile da comprendere. Ho trovato un articolo del Giornale con una buona dose di percentuali.
Anche la rossa Emilia è salita sul Carroccio: il simbolo è Morfasso
di Stefano Filippi
La capitale leghista nella (ex?) regione rossa dell'Emilia Romagna è un paesotto di mille abitanti sull'Appennino piacentino lungo il torrente Arda, senza immigrati, senza delinquenza e senza l’ombra di un solo manifesto elettorale con la faccia di Umberto Bossi o di Massimo Polledri, deputato di Piacenza confermato per la terza volta in Parlamento. Nulla di ciò che ha fatto la fortuna del Carroccio nel resto del Nord Italia: i timori per l'insicurezza, la pressione migratoria, la presenza dei leader. A Morfasso, 40 chilometri dal capoluogo e una decina da Bettola, la patria di Pierluigi Bersani, gli stranieri non arrivano, anzi è la gente del posto a scappare all'estero in cerca di lavoro. Niente scippi o furti nelle case di montagna. Le strade strette e tortuose tengono il paese lontano dal vento del Nord che soffia in Padania.
Morfasso è il simbolo della vittoria elettorale leghista che dall'asse Piemonte-Lombardia-Veneto si diffonde alla destra del Po e sbaraglia la sinistra estrema: qui il Carroccio ha segnato il record del 22,87%. A Piacenza il partito di Umberto Bossi è al 14,2 per cento e a Parma all' 11,5; a Modena tocca l'8,9 e a Reggio Emilia l' 8,5; in Romagna sta fra il 6 e il 7. [ continua Il Giornale, 15 aprile 2008, QUI ]
Poi ho trovato due articoli de La Stampa: Contro il partito del no di Lucia Annunziata (14 aprile 2008) e Il nuovo popolo del Nord di Giovanni De Luna (16 aprile 2008).
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Ma il più interessante mi è sembrato un articolo de Il Tempo, dal titolo al quanto inquietante, per cui staremo a vedere:
Il Berlusconi ter sopra la linea gotica

Basta dare un'occhiata alle biografie dei papabili a una poltrona governativa. La stragrande maggioranza hanno natali eminentemente settentrionali. Una scelta che in un certo senso cozza contro il plebiscito del 13 e 14 aprile, quando gli italiani del Sud (e del Centro) premiarono il Pdl in misura decisamente maggiore di quanto fecero quelli del Nord e del Nord-Est.
Anche in questo caso a parlare sono i fatti, cioè i numeri. Analizzando i dati elaborati dall'Istituto Cattaneo sul voto per la Camera (più rappresentativi di quelli per il Senato, dove a votare sono solo i maggiori di 21 anni), si «scopre» che il successo della coalizione PdL, lega ed Mpa è stato particolarmente marcato in Campania (con quasi 330 mila voti in più, pari al 23,7%, rispetto a due anni prima), Sicilia (+250 mila), Puglia (+100 mila), Calabria (+96.509) e Sardegna (+45.250). A fronte di questa scelta del Mezzogiorno, che ha premiato il Cavaliere e penalizzato il centrosinistra e la sinistra estrema, le regioni che si trovano sopra la Gotenstellung non sono state altrettanto benevole. In Veneto la coalizione del Cavaliere è cresciuta dell'11,9%, in Lombardia dell'8,7, in Piemonte del 6,1. Ma in Trentino Alto Adige è scesa dello 0,2% e in Friuli del 2,2. Poi, scendendo verso la Capitale, c'è la Liguria con il +3,7%, l'Emilia-Romagna con il +6,4, la Toscana con il +4,1.
Insomma tra i due «blocchi» non c'è paragone. Il centrodestra ha vinto soprattutto grazie ai consensi raccolti al di sotto della Linea Gotica. Ma le voci sulla composizione della compagine di governo dipingono un quadro in cui i meridionali hanno uno spazio pari a zero. O quasi.
Vediamo come si distribuiscono i probabili futuri ministri nei vari «campanili» della Penisola. Il leghista Roberto Maroni, responsabile del Welfare nel Berlusconi III, e che dovrebbe approdare agli Interni o alle Attività Produttive, è nato a Varese il 15 marzo del 1955. Due poltrone per le quasi è in pole position anche Claudio Scajola, «classe» 1948», nativo di Imperia. Giulio Tremonti, senza dubbio il prossimo ministro dell'Economia, è venuto alla luce il 18 agosto 1947 a Sondrio. Roberto Calderoli, che dovrebbe occupare uno dei due posti da vicepremier insieme con Gianni Letta, è bergamasco. Il «senatur» Umberto Bossi, leader del Carroccio e candidato alle Riforme, ha spalancato gli occhi il 19 settembre del '41 a Cassano Magnago, nel Varesotto, mentre la futuribile ministra dell'Ambiente Michela Vittoria Brambilla è lecchese doc, come il governatore lumbard Roberto Formigoni, anche lui in lizza per un dicastero. Il «precisatore» ufficiale del Berlusca Paolo Bonaiuti è un toscanaccio di Firenze (appena poco sotto la linea) e a lui dovrebbe essere assegnato il ministero dei Beni Culturali. Sandro Bondi, che aspirerebbe all'Istruzione, è di Fivizzano, un piccolo centro alle pendici dell'appennino tosco-emiliano che sorge proprio lungo la suddetta linea istituita nella seconda guerra mondiale. Stesso luogo che ha dato i natali a Denis Verdini, che potrebbe avere una stanza a Palazzo Chigi. Sempre del Nord due altri possibili ministri: il milanese Maurizio Lupi, «ciellino» di Forza Italia, e Luca Zaia, di Conegliano. Per concludere la panoramica, ci sono Franco Frattini, romano adottivo e però ex istruttore di sci che si è candidato nel 2001 a Bolzano e quest'anno in Friuli; Ignazio Benito Maria La Russa, nato a Paternò, in Sicilia, ma che si è trasferito giovanissimo a Milano.
A rappresentare il Sud restano soltanto la siracusana Stefania Prestigiacomo e la salernitana Maria Rosaria Carfagna, meglio nota come «Mara», che forse non sarà neppure ministra. Un po' poco, considerando la radiografia geografica del voto. E che non siano solo ipotesi lo ha fatto capire ieri il premier in pectore. Il Veneto «avrà una forte rappresentanza al governo e vi saranno almeno due ministri veneti e una significativa componente fra i vice ministri e i sottosegretari», ha annunciato ieri Berlusconi, liquidando così la «questione ministro-meridionale». [ Maurizio Gallo, Il Tempo, 22 aprile 2008 ]
1970 - 2008

Ogni giorno ormai è la giornata internazionale di un problema importante: questo significa che i problemi fondamentali dell'umanità continuano ad essere tali. Comunque è già un fatto positivo che la comunità umana sia unita nella denuncia e negli intenti tesi alle soluzioni possibili.
La giornata dedicata alla Terra è forse quella fondamentale, perché riassume in sé gran parte dei problemi che riguardano tutte gli abitanti di questo fantastico pianeta blu. E per questo deve diventare solo uno dei 365/6 giorni che compongono ogni singolo anno.
Il sito internazionale invita a fare riferimento ai propri rappresentanti poltici e ai propri leaders. Giustamente e opportunamente. Tutti noi abbiamo il dovere di "costringere" i nostri rappresentanti a interessarsi ai problemi della Terra.
La responsabilità individuale, però, in questo campo è importante quanto le responsabilità politiche ed economiche. Ognuna/o di noi ha il dovere di impegnarsi in ogni momento della giornata in piccoli ma importanti atti di intelligenza e d'amore: risparmiare ogni più piccola goccia d'acqua, far finta che le automobili non siano state inventate, andare a piedi o bicicletta tutte le volte che è possibile, risparmiare ogni minima frazione di energia ... anche e soprattutto tenendo conto delle generazioni future. Tra le responsabilità individuali c'è anche quella di rivolgersi personalmente ai propri leaders. A chi mi devo rivolgere io? A Cacciari, a Galan...perché, per dirne una, non privatizzino l'acqua. O l'hanno già privatizzata e io non lo so? Sono una irresponsabile, lo ammetto.
TABU'

Questa giovane è Natalia Melikova, giornalista della testata Nezavsinaya Gazeta. Un volto da ricordare. Nel momento in cui è stata scattata questa fotografia, che ha fatto il giro del mondo, Natalia Melikova sta infrangendo un tabù: l'intoccabilità dei sovrani russi, nella fattispecie tale Vladimir Putin. La storia si svolge in Sardegna, nella villa del nostro magnate nazionale, Silvio Berlusconi, capo del governo italiano ancora in pectore, ma qui nel pieno delle sue funzioni, a giudicare dagli argomenti trattati. Qualcuno potrà giudicare irriverente la domanda di Natalia, ma nei Paesi democratici non ci sono domande proibite. (tutta la vicenda: QUI )

Lui è Vladimir Putin, noto a tutto il mondo. Per noi italiani è l'amico Vladimir dell'amico Silvio. Lui è l'intoccabile, intoccabile e tremendo come una divinità. Guai se lo si costringe ad arrossire e a irrigidirsi, guai se ammonisce. Lui è un tabù. sacro e inviolabile. Come dimostra l'immediata chiusura del Moskovskij Korrespondent, il quotidiano responsabile del gossip. Chiusura decisa dal finanziatore del giornale, dopo una visita dell'Fsb, l'intelligence federale erede del KGB, alla redazione del quotidiano, con interrogatori ai giornalisti e invito al direttore a seguire gli agenti. Il direttore nel frattempo si è dimesso. ( Una lunga storia raccontata da Repubblica a pag. 7 di sabato 19 aprile 2008. Non ho il link. )

Ed ecco, finalmente, lui, Silvio Berlusconi, il presidente in pectore del nuovo governo italiano. Lui è un ospite perfetto, non può sopportare che l'amico Putin venga messo in imbarazzo. Così, con uno dei lampi di genio che lo rendono il più famoso joker del mondo, mima una mitragliata contro la sprovveduta giornalista russa.
Per tutti i suoi adoratori è una boutade, una delle sue tante sceneggiate simpatiche che muovono il popolo al riso. Lui non è serio e imbronciato come Prodi. Soprattutto lui è giovane e si concede la spensieratezza incosciente dei giovani. Purtroppo, però, anche lui in questo momento sta infrangendo un tabù: la sacralità delle cose serie, come la morte e l'assassinio, e la serietà di una funzione pubblica che non tollera uno stile Bagaglino nelle occasioni "ufficiali". E' appena il caso di ricordare che il nostro magnate nazionale condivide con l'amico Putin una forte antipatia per i giornalisti, anche se lui si limita agli editti bulgari quando non li vuole tra i piedi.