In qualsiasi situazione, anche la peggiore, la condizione femminile
è generalmente indicibilmente più tragica di quella maschile.
In gran parte del mondo.
30 marzo 2004 - Nascere donna, in molti angoli della Terra, comporta un’esistenza difficile, spesso anche una fine tragica. Nascere donna in Kurdistan, per esempio, significa una vita dura, con pochi sorrisi, schiacciata tra una società maschilista e un mondo che non riconosce i tuoi diritti.
Guldunya era una di loro. Era, perché la sua vita è finita a Istanbul in un letto di ospedale, freddata con un colpo alla nuca come in un regolamento di conti tra bande. Ma Guldunya non era una criminale, era solo una mamma e i suoi assassini non sono affiliati di un clan rivale, ma i suoi stessi fratelli.
Guldunya aveva ventidue anni e veniva da Siirt, sud-est della Turchia, nel profondo Kurdistan turco. Un giorno, la giovane e bella curda, attira le attenzioni del marito di sua cugina. Una famiglia curda è una comunità, si vive tutti assieme. Dopo aver cercato con tutti i mezzi, pochi per una donna, di sottrarsi alle sue attenzioni, Guldunya viene stuprata dall’uomo nel marzo del 2003. E rimane incinta.
In molte situazioni quello che è accaduto farebbe di Guldunya una vittima e dell’uomo un carnefice, ma in Kurdistan è diverso, e la colpevole diventa lei. La sua famiglia cerca di rimediare alla perdita dell’onore nell’unico modo che una società profondamente misogina può immaginare: chiede allo stupratore di accettare Guldunya come seconda moglie. In Turchia la poligamia è ufficialmente vietata, ma in molte zone rurali, soprattutto nei territori abitati dai curdi, questa usanza è ancora largamente praticata e tollerata.
Lo stupratore però rifiuta e, prese in fretta le sue cose e sua moglie, fugge di notte riparando in Europa da un parente. La tradizione curda parla chiaro: la condanna a morte per Guldunya è stata emessa assieme al biglietto per l’Europa del marito di sua cugina. Infatti, per la morale curda, è disonorata, è un rifiuto e la sua famiglia deve lavare l’onta subita nell’unico modo ritenuto rispettabile: giustiziarla. Lei però vuole vivere.
Ha solo ventidue anni e un bimbo in grembo. Scappa e, aiutata da qualcuno che sa guardare oltre gli steccati di certe tradizioni mortificanti, raggiunge Istanbul a febbraio di quest’anno. Sola in una grande metropoli, questa ragazza di campagna con un bambino che sta per nascere, si rivolge alla polizia. Quell’autorità costituita che tante, troppe volte per il suo popolo ha significato violenze e prigione, bombe e rappresaglie, diventa l’unica speranza.
Il commissariato di polizia l’accompagna all’ospedale Bakirkoy Develet Hastanesi, dove nasce il suo bimbo. Un maschietto bellissimo, che gode di ottima salute. Guldunya lo chiama Unit, che significa "speranza".
Quella di restare vivi, di avere una vita normale.
Le autorità turche però, dopo averla accompagnata all’ospedale, si attengono alla legge e avvertono la famiglia. Il clan maschile (padre, fratelli e zii) parte alla volta di Istanbul per mettere fine all’incresciosa vicenda. A modo loro. La ragazza si rifiuta di tornare con loro, ma la legge parla chiaro il suo cieco lessico burocratico. L’unico aiuto che le autorità turche danno alla ragazza è un tentativo di mediazione in cui coinvolgono un imam originario di Siirt, villaggio di provenienza della famiglia di Guldunya.
L’ anziano religioso tenta di far ragionare i parenti, di proteggere la giovane madre. Insiste per accompagnare la ragazza alla stazione e si cautela affidando il piccolo Unit (che ha pochi mesi) a una coppia di sua fiducia, di cui si rifiuta di dare il nome alla famiglia. Il padre e i fratelli lo rassicurano, garantendo che a Guldunya non sarà torto un capello. La porteranno a Bursa dove hanno trovato un marito, un uomo pronto a sposare la ragazza e a far da padre al piccolo.
E’ facile immaginare Guldunya mentre osserva tutte queste persone che decidono della sua vita, senza che lei abbia neanche diritto di parola. Alla fine l'imam si fida e acconsente a lasciar andare la ragazza con i suoi parenti. La mattina del 29 febbraio, dopo i saluti di rito, tutto è pronto alla partenza e il gruppetto si avvia per la strada, ma dopo pochi passi, il fratello più grande di Guldunya, estrae una pistola e le spara. Così a freddo, in mezzo alla strada, come un cane.
I parenti fuggono, mentre l’imam accorre per salvarla e, aiutato da alcuni passanti sconvolti, trasporta Guldunya all’ospedale. E’ ancora l’Hastanesi, quello dove la ragazza è entrata tempo prima per dare alla luce il suo Unit. Lotta tra la vita e la morte, ma potrebbe salvarsi.
Potrebbe se la polizia turca si rendesse conto del rischio che corre e le desse protezione, ma non va così. Alle tre di notte, i suoi fratelli, come consumati assassini di un film di terza serie, s’ introducono nell’ospedale, freddano nel suo letto l’inerme Guldunya, fuggendo senza incontrare ostacoli.
Gli assassini sono ricercati dalla polizia turca, ma la regione curda è un territorio impervio, dove difficilmente le autorità di Ankara si avventurano se non in condizioni di assoluta sicurezza. Il rischio d'impunità è altissimo. La mattina dopo l’omicidio, una folla di donne turche e curde, si raduna davanti all’ospedale, per manifestare tutto il loro orrore per la fine di Guldunya, colpevole solo di aver protetto suo figlio e la sua vita dalla violenza subita.
Ora la priorità è quella di
salvare la vita del piccolo
Unit, perché il codice d’onore
curdo prevede la morte anche per il piccolo.
Rintracciato presso la famiglia cui lo aveva affidato l’ imam, il bambino viene portato in un orfanotrofio nell’attesa che venga presa una decisione dalla magistratura turca.
Il direttore di questo centro è il signor Kahramm, un uomo di mezza età che assiste ogni giorno a storie di questo genere.
“Esiste una legge turca che tutela le vittime di faide familiari, ma è il ministro che deve pronunciarsi in merito”, fa sapere il direttore, “perché tecnicamente, se un bambino ha famiglia, gli deve essere restituito e non può essere tenuto in orfanotrofio.”
Il ministro dei Diritti delle Donne, una donna peraltro, si è già pronunciata in merito, sollecitando la consegna del piccolo alla famiglia.
Allora comincia la battaglia del dott. Kahramm, che si oppone in tutti i modi rischiando in proprio. Infatti perde il lavoro, ma dice “non mi arrendo e continuo a lottare perché Unit possa vivere.”
Le associazioni che si battono per il rispetto dei diritti delle donne si sono strette attorno al piccolo, che si trova ancora in orfanotrofio, nella speranza che la battaglia legale intrapresa sia vinta.
Il premio è la vita di Unit.
Christian Elia - PeaceReporter
Come si cancella un milione
di Giulietto Chiesa
Quantificare la menzogna non è facile, ma abbiamo ora un'occasione per farlo. Alla manifestazione di Roma contro la guerra e il terrorismo del 20 marzo hanno partecipato (su questa cifra si sono attestati in molti e la prendo per buona) un milione di persone. Si è trattato (anche qui mi baso sulle cifre pubblicate dalle principali agenzie di stampa di tutto il mondo) della più grande manifestazione contro la guerra su tutto il pianeta.
Nel corso della stessa manifestazione un gruppetto di persone non superiore a 60 unità (mi baso sulle testimonianze di alcuni tra i presenti, giornalisti di provata credibilità) ha contestato, senza giungere a violenze fisiche (di cui, per altro, non esiste traccia fotografica, né filmata), un piccolo gruppo di esponenti di spicco di un partito politico, tra i quali il segretario dello stesso partito, un certo Fassino.
Il gruppo contestato non era superiore alle cinquanta unità e si era appena inserito nel corteo, dal quale è presto uscito. I protagonisti dell'episodio erano, tutti insieme, quindi, un centinaio.
Cento su un milione fa una percentuale dell'0,01%.
Ebbene, il giorno successivo i tre più importanti giornali italiani, Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, hanno titolato sullo 0,01% della notizia lasciando nel silenzio il restante 99,99%. Lo stesso hanno fatto, naturalmente, tutti i giornali di destra e di centro-destra, e le televisioni berlusconiane, pubbliche e private. Cioè tutte le televisioni italiane che trasmettono sul territorio nazionale. La quantificazione della bugia è fatta. E credo rappresenti bene lo stato generale delle cose.
Cioè non credo sia un'eccezione. Resta da spiegare come mai questi tre grandi giornali, non ancora proprietà di Berlusconi, abbiano deciso all'unisono di sostenere il signor Fassino, più o meno come hanno fatto tutti gli organi di stampa del signor Berlusconi. L'impressione - ma è solo un'impressione - è che tutti e tre avessero come scopo principale quello di oscurare innanzitutto la enorme presenza di popolo alla manifestazione. Resta da chiedersi perché mai. Ma questo fa parte degl'insondabili misteri dell'Italia? Non credo. Ricordo che nelle tre guerre del nuovo millennio (sebbene la prima sia stata fatta nel millennio precedente): Kosovo, Afghanistan, Irak, tutti e tre i giornali suddetti abbiano sostenuto inflessibilmente le "ragioni" della guerra, con la relativa eccezione, ondivaga e formalmente "pluralista", di Repubblica.Dal numero in edicola di "Galatea"
Ricordo anche che tutto il sistema mediatico suddetto impegnò per settimane, anzi mesi, tutti i suoi migliori editorialisti per spiegarci non solo le ragioni umanitarie della guerra contro Belgrado, ma soprattutto quelle dei bombardamenti sull'Afghanistan tutti tesi a liberare le donne afghane dal burqa (e gli uomini afghani dalla barba). Forse è un riflesso condizionato, forse è cattiva coscienza. Certo a qualcuno dev'essere balenata in mente l'idea che ci fosse, ci sia, un qualche nesso tra gli eventi che accadono; e che i bugiardi che hanno costruito la guerra contro l'Irak sono gli stessi che hanno costruito la guerra contro l'Afghanistan. Per quanto concerne la guerra contro la Jugoslavia, apparentemente, si tratta di persone fisiche diverse: negli Stati Uniti c'era Bill Clinton, in Italia c'era Massimo D'Alema. Ma la difesa della guerra fu comune. E le falsificazioni dei giornali in questione, e delle televisioni, furono identiche. Ne emerge una serie di domande. Ma cosa è diventata negli ultimi tempi la professione giornalistica? Sembra quasi che i giornalisti (per meglio dire coloro che guidano i giornali) siano diventati tutti, o quasi tutti, straordinariamente ingenui.
Come Bush e Blair, e Aznar, e Kwasniewski, tutti i capi di stato (salvo Berlusconi che continua, tetragono, a ripetere le stesse bugie che raccontava in precedenza) tendono a proclamare che la colpa è stata dei servizi segreti, incapaci di raccogliere informazioni, oppure incapaci di comunicare ai politici quelle che avevano. E variazioni sul tema. Ma i giornalisti? Adesso scopriamo, grazie a un solerte deputato democratico della California, Henry Waxman, che le cinque persone più influenti degli Stati Uniti, e precisamente George Bush, il suo vice Dick Cheney, il segretario di Stato Colin Powell, quello alla Difesa, Donald Rumsfeld, la consigliera per la Sicurezza Nazionale, Condoleeza Rice, nel periodo che va dall'inizio del 2002 alla fine del 2003, "hanno rilasciato 237 affermazioni non veritiere in 125 apparizioni separate, di cui 40 discorsi, 26 conferenze stampa, 53 interviste, 4 dichiarazioni scritte e 2 testimonianze parlamentari" (cfr La Stampa, 24-3-2004). Sappiamo cioè, in forma quantificata, precisa, quello che già sospettavamo con una discreta dose di indizi a carico, e cioè che alla testa degli Stati Uniti d'America, in questa cruciale congiuntura storica, c'è un gruppo di mentitori professionali, le cui bugie minacciano, tra le altre cose (come ebbe a scrivere il New York Times) la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America e, in subordine, la nostra di cittadini del mondo. Ma il fatto che qui mi preme rilevare è che dietro a quelle 237 affermazioni menzognere è corsa quasi unanimemente la stampa mondiale, vi si è adagiata, le ha assecondate, in molti casi amplificate, illustrate, abbellite, raccontate, rese appassionanti, gradevoli, o drammaticamente veritiere, sostenute con abbondanza di particolari e di prove. Eccetera.
E la funzione del "quarto potere" dov'è andata a finire? C'è ancora un "quarto potere"? E le inchieste? E le domande sgradevoli che i giornalisti, un tempo, qualche volta, osavano formulare all'indirizzo dei potenti? Tutto questo sembra ormai anticaglia del passato, coperto di polvere, dimenticato. Come risultato siamo andati in guerra, e ci stiamo tuttora. Abbiamo contribuito all'assassinio di decine di migliaia di civili innocenti, al rovesciamento illegale di regimi che, volta a volta, ci sono stati presentati come sanguinari, terroristici, mostruosi, non democratici ecc. ecc. E quando scopriamo (non perché il sistema mediatico ci aiuta a farlo ma perché altri, non giornalisti, ce lo rivelano) invece di avere il coraggio di farci l'autocritica, perseveriamo nella bugia, nell'alterazione dei fatti, nei silenzi, nella reticenza. Per chi, come accade a chi scrive, è stato testimone diretto di una società dove vigeva la censura, quella sovietica, la sensazione, ormai assai simile alla certezza, è di trovarsi di fronte alla ripetizione di quell'esperienza. Contrariamente a quello che si pensa, in Unione Sovietica la censura era prima di tutto dentro ciascuno di coloro che scrivevano e facevano informazione. Assai spesso la censura degli apparati, esterna, coercitiva, brutale, non era necessaria; spessissimo si trattava di scelte "a monte", scelte di chi sapeva, immaginava, poteva prevedere in anticipo dove e come, eventualmente, la censura sarebbe stata esercitata.
Era una sensibilità che si acquisiva con l'esperienza: una specie di riflesso condizionato di tipo pavloviano. Solo di fronte a individui "insensibili" agl'insegnamenti finiva per scattare la censura esterna. E ora? Ora, assai similmente, agiscono gli stessi meccanismi. Si sa a memoria cosa bisogna scrivere e come. I giovani giornalisti sono allevati nello spirito di non contraddizione del potere. Chi non capisce viene allontanato, o messo in un angolo. Ci sono argomenti tabù che è meglio non toccare, ci sono temi che possono essere trattati solo in un modo. Se, ad esempio, parli degli Stati Uniti, devi comunque rendere a Cesare quel ch'è di Cesare e premettere, o concludere, quasi invariabilmente, con un peana ai loro meriti, con l'esaltazione della loro democrazia, con la gratitudine verso le loro eroiche gesta. Le eccezioni sono consentite, ma con estrema moderazione: il "rumore di fondo" non dev'essere turbato. Il pacifismo? Dev'essere, per forza di cose, ingenuo, utopistico. La guerra deve avere, per forza di cose, qualche aggettivo qualificativo positivo. Magari "umanitaria". O "necessaria", o "giusta". La democrazia altrettanto. Dove non c'è ma sono gli amici dell'Occidente a violarla, la chiameremo "democrazia autoritaria". Ci sono editorialisti sempre molto autorevoli, il cui incarico è di inventare le nuove parole di questa politica mediatica neo-orwelliana.
Gli spagnoli votano contro Aznar? Ecco che il solito Panebianco, o Della Loggia, inventare il parallelo con l'appeasement di Lord Chamberlain nei confronti di Hitler a Monaco. Quasi che esistesse un qualche nesso tra Hitler e Osama bin Laden. Ma, una volta lanciata la sciocchezza, ecco decine di epigoni, di insetti che guidano i talk show, ripeterla all'infinito, a pappagallo. Con l'obiettivo di gettare, su tutti coloro che si permettessero di criticare la politica dell'Imperatore, l'ombra della connivenza con il terrorismo. E i direttori dei giornali, e dei telegiornali, pur sapendo di avere a che fare con "intellettuali" che esercitano la funzione di organizzatori della "censura preventiva", invece di licenziarli e di ripristinare una decente deontologia professionale (che consiste nell'offrire ai lettori e telespettatori un'informazione decente e accettabilmente sicura) li premiano per la loro faziosità e la loro immarcescibile tendenza all'ossequio del potere. E' cominciato il brezhnevismo del "quarto potere". Quando verrò il peggio dovremo ritirare fuori - ma sarà troppo tardi - l'aforisma di Hans Magnus Enzensberger: "ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo".

Un raponzolo di roccia per dire buona notte e una primula per augurare una buona giornata.
In salvo il tesoro della cultura Maori
La Nuova Zelanda ha lanciato il suo primo canale nazionale in lingua Maori.
Più di 600 persone si sono riunite di fronte alla sede centrale del canalae di Auckland prima dell'alba per l'emozionante cerimonia di apertura.
"Abbiamo dato impulso a un grande inizio," ha detto il Primo Ministro Helen Clark.
Ha detto anche che sperava che ogni Neozelandese avrebbe voluto mantenere come un tesoro e coltivare la lingua e la cultura Maori, che ha aiutato a definire il Paese nel mondo.
La stazione televisiva fondata dal governo ha lo scopo di preservare la cultura del popolo autoctono della Nuova Zelanda, che costituisce circa il 12.5% di un Paese con quattro milioni di abitanti.
Metà dei programmi dovrà essere in Maori, che è ora parlato da meno del 10% dei Maori. (... continua BBC News, 28 Marzo 2004)
MA RICORDIAMO!
Molti popoli tribali sono in via di estinzione nel nostro mondo e
noi, "detentori di una civiltà sviluppata", non ignoriamo che
quelle civiltà sono un tesoro inestimabile e insostituibile. +
Link per informazioni:
Survival International ("Survival") è un'organizzazione mondiale di sostegno ai popoli tribali.
La barzelletta
Una meraviglia da sognare o da progettare per domani mattina
Palermo - Sciopero generale - 26 Marzo 2004

Manifesti a Roma (foto: LA REPUBBLICA)
Tommaso Fulfaro - Articolo 21
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"Non ci si può piegare alle azioni di piazza", è stata la secca risposta del premier. (a proposito deel decreto salva-calcio)
"Se viene una richiesta dal mondo dello sport noi certo non chiuderemo le porte - ha continuato - Qualora ci dovesse essere una richiesta ragionevole non ci rifiuteremo di esaminarla". "Noi non abbiamo trovato la soluzione possibile - ha ribadito il presidente del Consiglio - c'era una speranza che è andata delusa".
PENSIONI: ''Volete sapere come rispondo? C'e' una risposta anticipata, perche' noi l'abbiamo gia' fatta la riforma delle pensioni ed e' all'attezione del Parlamento, dove contiamo di approvarla al piu' presto'', ha assicurato il premier. E aggiunge: ''Il Consiglio dei ministri aveva dato incarico al ministro Maroni di invitare subito le parti sociali dopo lo sciopero. Percio', penso che Maroni fara' questo invito, se puo' gia' oggi o nei prossimi giorni''.
IRAQ:
Lo sguardo blu della piccola orecchierosate tigre di Sumatra
per sognare e poi essere svegliati da un soffio di morbido pelo striato.
La legge che arricchisce Mediaset
Fedele Confalonieri è arcicontento
Tocca il 4 per cento il rialzo di Mediaset in mattinata dopo il sì della Camera al disegno di legge Gasparri
Aveva le sue buone ragioni ad esultare il presidente di Mediaset quando ha saputo dell’approvazione alla Camera della legge Gasparri. Il curatore nominale degli affari di Silvio Berlusconi aveva convocato i giornalisti per comunicare il bilancio record di Mediaset. E oggi, Fedele Confalonieri, e’ ancora più raggiante perché anche la Borsa ha creduto che la legge (che dovrà ancora essere votata al Senato) premierà soltanto l’azienda del premier. Alla faccia delle osservazioni del Presidente della Repubblica e della incostituzionalità palese del provvedimento che danneggerà il pluralismo dell’informazione.
"Tocca il 4 per cento il rialzo di Mediaset in mattinata dopo il sì della Camera al disegno di legge Gasparri”, recita un’agenzia di stampa. Più chiara di così nel giorno in cui l’Istat comunica il record negativo registrato a gennaio del fatturato dell’industria italiana, il peggiore almeno dal 2001, da quando si e’ insediato questo governo: -9,3 per cento sul mercato estero rispetto al – 5,3 per cento del mercato nazionale. E il divario e’ presente anche sugli ordinativi: rispettivamente –7,5 per cento sul mercato estero e –5,5 su quello interno (totale –6,1 per cento).
Questi sono i numeri del declino Italia. Altro che quelli apparsi sui manifesti elettorali di Silvio Berlusconi. Ma ciò che colpisce di più nelle dichiarazioni di ieri di Fedele Confalonieri e’ la faccia tosta del presidente di Mediaset che forse si candiderà a sindaco di Milano: “Il conflitto d’interesse c’e’. E ha due sole soluzioni. O Berlusconi abbandona la politica o lascia Mediaset”. In altre parole ha voluto dire: “il nodo del conflitto d’interessi resterà irrisolto per tutta la legislatura”. Bisogna mandarli a casa, al più presto.
da Articolo 21
si sveglia
e sbadiglia, il gatto;
poi, l'amore
Issa
Il movimento per la pace e il ruolo dell’informazione
"Sulle manifestazioni in Italia e nel mondo l'informazione fornita in Italia è stata, semplicemente, una falsificazione. Così macroscopica e clamorosa, da costituire una partecipazione 'militante' al tentativo di far guerra al Movimento per la Pace. Che questo derivi da coordinata premeditazione o da grossolana superficialità, in nessuno dei due casi risultano sminuite la responsabilità e la gravità". E' quanto sottolineano Don Luigi Ciotti del Gruppo Abele, Gino Strada di Emergency e padre Alex Zanotelli su come i media hanno riferito della manifestazione di sabato 20 marzo.
"Come già il 15 febbraio 2003 (scrivono i tre esponenti del movimento per la pace), sabato scorso si è svolta a Roma la manifestazione più consistente tra quante se ne sono contemporaneamente svolte nel mondo. A questo proposito, la stampa degli Stati Uniti ha ripreso l'immagine di “seconda superpotenza mondiale” per riferirsi al Movimento per la Pace.
“Gran parte dei media italiani, invece, (denunciano Strada, Ciotti e Zanotelli) ha ridotto questo avvenimento al resoconto della stolta e volgare aggressione di un gruppo di esagitati al leader dei DS Fassino, un episodio per il quale non abbiamo nessuna comprensione ed esprimiamo la più severa condanna.
Tanti cittadini italiani hanno espresso la loro volontà di pace, il rifiuto 'della guerra che è terrorismo e del terrorismo che è guerra', la convinzione che le truppe di occupazione non possono promuovere la pacificazione, la richiesta che vengano ritirate. L'informazione italiana ha nascosto e negato la realtà e la consistenza di questo fatto”.
I tre esponenti pacifisti concludono, poi: “Il Movimento per la Pace è ovviamente molto più di quel che ne dicono o ne tacciono i media italiani, e non soccombe alle calunnie e agli occultamenti. È una realtà in atto e in divenire, con i caratteri e i contenuti che milioni di persone esprimono in Italia e nel mondo". [...]
[...] La speranza per i “terzisti, riformisti fondamentalisti e trasformisti” che la marcia per la Pace facesse “flop” è svanita nel lungo pomeriggio ventoso della Capitale!
Se non proprio 2 milioni, almeno un milione e mezzo di gente variopinta e non-violenta è scesa per le strade di Roma con dignità, ironia, consapevolezza e tanta voglia di sentirsi uniti.
Quello per la Pace è sempre di più un movimento unico, internazionale, che spazia dalle posizioni politiche di sinistra, anche estrema, fino a settori moderati, non ideologizzati. Attraversano queste schiere gruppi organizzati spinti da mozioni religiose e da semplici prese di coscienza “prepolitica”. Giovani che altrimenti non si accosterebbero ai partiti politici o alla partecipazione del “gioco elettorale”, classi sociali diverse ed economicamente contrapposte che si saldano sulla scia di valori universali più forti delle ideologie e delle appartenenze politiche.
Si tratta di un movimento che ha la memoria da elefante e che al momento opportuno farà pesare il proprio ruolo nelle scelte elettorali (il caso spagnolo docet!). Stia quindi attenta la destra al potere in Italia e non solo (le elezioni regionali francesi vinte dalla sinistra confermano questo trend).
Purtroppo ad oscurare il successo “mondiale” della manifestazione romana (lo dimostra lo spazio dedicatole dai media internazionali) è sopraggiunto l’episodio violento contro Fassino, pane per i denti di tutti quei media che non vedevano l’ora di poter così “negativizzare” il movimento e l’evento stesso. In parte ci sono riusciti, ma hanno creato nell’opinione pubblica rancori e disaffezione, che spingeranno milioni di persone a ricorrere ad altre fonti informative nei prossimi mesi, non fidandosi più neppure delle “autorevoli” firme di alcuni grandi quotidiani. Ci sarà quindi da lavorare molto per i siti informativi “fuori dal coro” come il nostro, ma anche per le TV e le Radio che non si sono piegate alla “disinformazione” interessata legata in qualche modo alla destra al governo.
La stessa improntitudine, sciatteria professionale e scarsa capacità informativa sono state mostrate dai media nell’affrontare gli incidenti avvenuti prima, durante dopo il Derby tra Roma e Lazio all’Olimpico, Domenica scorsa. C’è una contiguità tra la tifoseria, l’appartenenza ad un clan giornalistico sportivo e le società di calcio (che poi si rifanno ad ambienti politici ed economici della destra al potere) che è difficile sradicare. Sono anni che assistiamo ad un Circo Barnum mediatico del calcio strillato, che avvelena le coscienze di giovani e non solo, che porta soldi, tantissimi, nelle casse delle televisioni ( Mediaset e Sky soprattutto), che non analizza a fondo questo fenomeno ormai snaturato del “calcio business”.
Il calcio giocato è ormai una “polpetta avvelenata” che sta mitridizzando gli stessi gruppi di potere che lo gestiscono in barba ad enormi conflitti di interessi (Berlusconi presidente del consiglio, del Milan e di Mediaset, amico e raccoglitore di pubblicità per la Sky di Murdoch, solo per fare un esempio!), tanto da cercare soluzioni fantasiose con decreti legge interessati, senza però sradicare le anomalie del business pedatorio.
Ma si sa che il calcio serve anche ad ottenere consensi politici. I gruppi degli ultras da decenni sono contigui con le società, le ricattano e spesso sono da queste stesse coccolati, a volte per manipolare le campagne acquisti, altre per togliere di mezzo qualche giocatore scomodo oppure un allenatore troppo indipendente, oppure per premere sul governo per ottenere privilegi fiscali.
Negli stadi e subito fuori, nelle loro vicinanze, si respira aria di violenza (qualcuno la chiamerebbe “maschia” Urbani?? ), che copre ambienti neofascisti e squadristi, manovalanza politica a buon mercato per le elezioni. Chissà perché oggi i media non indagano su questi ambienti, come si faceva un tempo, nel tentativo di “bonificare” la tifoseria e far ritornare le famiglie negli stadi.
Ultima annotazione. Il provincialismo dei nostri media è talmente evidente che di fronte al riacutizzarsi degli eventi bellici in Palestina, in Iraq e in Afghanistan, passando per il Kossovo, scarse e di routine sono le informazioni, manchevoli gli approfondimenti, pur di rimanere attaccati al polverone degli “incidenti squadristici” avvenuti fuori della marcia della Pace, o della sospensione del Derby, richiesta dai giocatori di Roma e Lazio, sulla scorta di informazioni false, fatte girare da gruppi di ultras.
“Mala tempora” currunt ha scritto il politologo Sartori! Che da un male scaturisca occasione di riflessione e di miglioramento sta a noi tutti, giornalisti e uomini liberi della politica vera, nobile, far sì che si realizzi. Quello che sta accadendo nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti ci conforta! -
per una nuova giornata leggera come petali di narciso, se appena appena
possibile ...
22 March 2004: World Water Day 
La Giornata mondiale dell'acqua è stata l'occasione per lanciare a New Delhi la "Campagna contro la privatizzazione dell'acqua" e per fare pressioni sul governo locale per risolvere il problema della scarsità di questo bene primario. La capitale dell'India, che conta quasi 14 milioni di abitanti, deve affrontare ogni giorno la carenza di quasi 800 milioni di litri d'acqua. Per risolvere il problema il governo locale ha istituito una Commissione, la Delhi Water Regulatory Commission, il cui compito primario è quello di privatizzare l'acqua. Ma la privatizzazione porterebbe - secondo la Campagna - ad un aumento del 40% del prezzo attuale.
La Campagna "Save our water" è stata lanciata lo scorso gennaio dal World Social Forum di Mumbai nell'ambito del People's World Water Forum (PWWF) chiedendo il riconoscimento dell'acqua come diritto e opponendosi a quelle compagnie che favoriscono la sua privatizzazione, come la Coca Cola e Suez Ondeo Degremont che con la Vivendi sono tra le maggiori multinazionali del settore.
Secondo il Centro di Ricerche per la scienza, tecnologia e l'ecologia (RFSTE) di New Delhi diretto da Vandana Shiva, in India alle compagnie private è permesso il controllo dell'acqua senza alcun investimento nel settore. "Tutte le infrastrutture della centrale dell'acqua - dalle condutture ai canali di scolo - sono finanziate con denaro pubblico", ribadisce Afsar H. Jafri, direttore aggiunto del Centro. La multinazionale che controlla l'acqua a New Delhi è la francese Suez Ondeo Degremont. Secondo uno studio della Banca Mondiale, la capitale indiana è la peggiore tra le 27 metropoli mondiali per quanto riguarda accesso all'acqua, che è disponibile alla popolazione solo per otto ore al giorno.
Circa 65mila villaggi in India mancano di acqua: in un secolo il Paese asiatico è passato da nazione con abbondanza d'acqua alla carenza di acqua. In India si vendono annualmente 90miliardi di litri d'acqua imbottigliata con un fatturato pari al 40% di quello del petrolio. [GB]
Fonti: OneWorld on Yahoo News
20 marzo 1994
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi in Somalia
A Mogadiscio, un commando somalo uccide la giornalista Ilaria Alpi, inviata del Tg3 della Rai, e l'operatore Miran Hrovatin che seguono le vicende della missione Onu "Restore Hope" in Somalia. Si pensa subito ad un agguato da parte di una delle fazioni somale in lotta. (da REPUBBLICA)
Prima e dopo questa data, numerosi giornalisti sono stati uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.
"Grazie alla Commissione di inchiesta ora non ci saranno barriere politiche"
Giorgio Alpi
(...) Giorgio Alpi ha ringraziato per l' opportunità che il lavoro della Commissione potrà dare per ricordare la figlia. "Non più con disperazione e dolore - ha sottolineato - ma con tranquillità, perché sapremo che il loro sacrificio non è stato inutile, in un Paese che spesso sa dimenticare". Un grazie rivolto in particolare a Casini e Taormina per il loro impegno. In precedenza era stato lo stesso presidente della Camera ad esprimersi con affetto nei confronti della giornalista e dell'operatore uccisi in Somalia, ma anche dei loro colleghi. "Noi uomini politici e istituzioni - ha affermato - dobbiamo rinnovare la nostra gratitudine per il servizio straordinario che viene dal lavoro dei giornalisti". Casini ha poi ricordato che la Camera, oltre ad avere istituito una commissione d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, ha intitolato un premio alla cronista del Tg3, a Maria Grazia Cutuli e ad altri "servitori dello Stato che facendo lealmente il proprio lavoro, servono il proprio Paese e le istituzioni". "Voglio esprimere la gratitudine che tutte le istituzioni - ha affermato ancora il presidente della Camera - hanno per il sacrificio straordinario di Ilaria e Miran. (...)
da Articolo 21
Il 20 marzo per le strade di Sidney si sfilerà contro la guerra in Iraq, ma anche per i diritti civili degli aborigeni e dei richiedenti asilo al Continente.
La testimonianza di un attivista della Stop the War Coalition australiana e le storie di chi in Australia fatica a vivere. Il 20 marzo per le strade di Sidney si sfilerà contro la guerra in Iraq, ma anche per i diritti civili degli aborigeni e dei richiedenti asilo al Continente. La testimonianza di un attivista della Stop the War Coalition australiana e le storie di chi in Australia fatica a vivere

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2OO4
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII 58-75
ROMA - Numerose le manifestazioni organizzate dai movimenti pacifisti che si sono svolte nel mondo per protestare contro la guerra in Iraq in occasione del primo anniversario dell'intervento militare nel paese.
ROMA
STATI UNITI
Almeno 250 manifestazioni si svolgono negli Usa in almeno 150 localita' per chiedere la fine dell'occupazione in Iraq. Occhi puntati sui dintorni della base militare di Fort Bragg, in North Carolina, dove i pacifisti americani sfilano non lontano dai cortei patriottici favorevoli alla guerra in Iraq. Le manifestazioni maggiori sono quelle di New York e di San Francisco, dove dimostrazioni e incidenti si erano gia' verificati ieri, di fronte alla sede della Bechtel, una delle aziende impegnate nella ricostruzione dell'Iraq. A Washington si conclude una marcia di pacifisti avviata, una settimana fa, a Dover, nel Delaware -davanti all'obitorio dove giungono i resti dei caduti in Iraq- con un raccoglimento silenzioso nel centralissimo Mall, di fronte al Campidoglio.
NEW YORK........................................................................SAN FRANCISCO
WASHINGTON D. C.
SPAGNA
Migliaia di persone si sono radunate in serata a Madrid per protestare contro l'occupazione militare in Iraq a nove giorni dalle stragi terroristiche, cosi' come e' avvenuto in altre citta' spagnole, fra le quali Barcellona, con 150.000 manifestanti per le strade, Siviglia, Santander e Gerona. ''Oggi come oggi, Madrid e' la capitale morale dell'Europa, non certo quella politica o militare'', ha proclamato il Nobel portoghese Jose' Saramago in chiusura della manifestazione nella capitale, nel corso della quale sono stati ripetutamente scanditi slogan contro il premier uscente Aznar.
MADRID
GRAN BRETAGNA
Clamorosa protesta di Greenpeace contro la guerra in Iraq a Londra: due militanti dell'organizzazione questa mattina hanno scalato il Big Ben, il campanile del palazzo di Westminster simbolo della citta', rimanendoci sette ore. L'impresa e' stata tanto piu' stupefacente se si considerano le eccezionali misure di sicurezza prese dalla polizia per proteggere la capitale ed i suoi simboli da eventuali attacchi terroristici. Decine di migliaia di persone, per la polizia 25.000, per gli organizzatori centomila, hanno manifestato contro la guerra a Hyde Park.
TIME FOR TRUTH
FRANCIA
Alcune migliaia di persone sono scese in piazza a Parigi per prendere parte al corteo dispiegatosi tra la piazza della Bastille e quella di Chatelet. In altre citta' come Lione, Grenoble, Marsiglia, la protesta ha invece coinvolto poche centinaia di pacifisti.
GERMANIA
Migliaia di tedeschi sono scesi in piazza. Tra i tanti slogan dei pacifisti anche quelli a favore del ritorno a casa dei contingenti militari tedeschi sparsi nelle varie regioni del mondo, in particolare in Afghanistan e Kosovo. Il raduno piu' consistente e' stato quello davanti alla base aerea americana di Ramstein (sudovest), la piu' grande base dell'aeronautica Usa in Europa che costituisce uno degli snodi nevralgici dei collegamenti aerei fra le forze americane in Europa e l'Iraq.
GRECIA
Oltre 10 mila persone hanno manifestato ad Atene marciando pacificamente senza alcun disordine, fino all'ambasciata americana ad Atene. Anche a Salonicco si e' svolta un'analoga manifestazione.
BELGIO
Circa 3.500 persone hanno manifestato a Bruxelles per chiedere il ritiro delle truppe alleate dall'Iraq. Numerosi manifestanti hanno lanciato slogan contro il ''sostegno del Belgio all'occupazione dell'Iraq''.
RUSSIA
Circa trecento persone hanno manifestato a Mosca contro la guerra in Iraq. I manifestanti, antiglobalisti e della sinistra comunista e socialista, hanno marciato fino alla centrale piazza Pushkin scandendo slogan.
POLONIA
Alcune centinaia di giovani in diverse citta' della Polonia, ma anche un senatore del partito socialdemocratico Sld al governo dal 2001, hanno protestato contro la partecipazione delle truppe nazionali al conflitto iracheno.
GIAPPONE, COREA E AUSTRALIA
A Sydney, dove l'anno scorso avevano sfilato 200 mila persone, oggi ve ne sono state 3 mila. A Tokyo i dimostranti hanno sfidato la pioggia per marciare. A Seul i manifestanti erano 1.500, per lo piu' studenti che volevano protestare contro l'impegno della Corea del Sud in Iraq.
......................TOKIO..............................................................SEUL
SIDNEY
EGITTO
Manifestazioni di protesta contro l'attuale ''occupazione'' del territorio iracheno, nonche' contro ''la debolezza dei dirigenti arabi'' si sono tenute in Egitto, in particolare al Cairo e a Minya.
IL CAIRO
CUBA Manifestazione anche nell'isola caraibica dove piu' di 10.000 persone si sono radunate nella citta' di Cueto.
COPENHAGEN.................................MANILA